26.Vanessa Racconti d’estate

settembre 5, 2010

Racconti d’estate

In villa nel cartone.

26. Vanessa

Non so perché continuavo a tentare di usare gli acquarelli.
Non ero capace di disegnare, non conoscevo le tecniche, la carta era inadatta.
Eppure mi veniva sempre lo stesso abbozzo, una serie di donne sedute, accosciate, stilizzate.

Nel mio caso, erano macchie e sbavature, incomprensibili a tutti.

Eppure quando Vanessa telefonò, lasciai tutto sul tavolo e corsi alla stazione.
Binario 11, alle ore 18.

Corsi a prendere il tram, poi la metropolitana, si bloccò il cancello, infine passai.

Vanessa, quanto tempo era passato da quando ci eravamo incontrati.
Era stato in un’altra stazione, io avevo la barba, lei era molto giovane.

La telefonata che avevo ricevuto mi avevo messo in ansia.

Pronto, ciao, sono io- Vanessa.
Scusa se ti disturbo, dopo tutto questo tempo, e con la storia finita male tra di noi.

Ho bisogno di un favore, se puoi farmelo. Devo scrivere un pezzo sui migranti nella tua città, so che tu potresti aiutarmi, farmi vedere i luoghi, ti va?

Erano passati cinque anni dall’ultima volta che si erano sentiti, era strano questo spuntare fuori così, da passato. E poi non era da lei, lo sapeva.

Lei non aveva mai amato né apprezzato la città dove abitavo io, e quanto a fare un pezzo di colore sulla vita dei migranti nei quartieri del centro storico, sarebbe stata capacissima di farlo da casa, attraverso Internet, completo di foto.

Nessuno si sarebbe accorto della differenza.

Adesso che ero lì ad aspettare, mi veniva in mente quando questa stazione era ancora piccola, secondaria e poco usata nella città: non come oggi, piena di sottopassi, piani di vetro e metropolitana.

Aspettavo in un angolo, arrivavi stremata dopo 8 ore di viaggio, ma felice perché avevi parlato con gli stranieri, in inglese.
Tu di solito cosi chiusa, isolata , in realtà cedevi al tuo animo curioso e bambino.
Ricordo quella volta, che nemmeno avevi avuto tempo di andare in bagno, prima che ti trascinassi a far l’amore.

O quando nascondevi le lacrime alle mie partenze, dalle tue stazioni.

Niente figli, non avevi voluto. Niente abitare insieme, i tempi di vita non coincidevano, nessuno dei due avrebbe accettato la città dell’altro.

E oggi, oggi cosa la spingeva a venire qui?

Adesso lo sapevo, adesso che l’avevo incontrata, avrebbe dovuto pensarci.

Era da lei, fare questo: un lungo viaggio in treno solo per fare una richiesta, guardare negli occhi, sentire la risposta.
Una bambina di una sua classe sarebbe stata ricoverata per un’operazione difficile, la famiglia non aveva mezzi: era necessario che qualcuno aiutasse i genitori, supportandoli negli spostamenti quando possibile, nelle informazioni, nei contatti.

Sapeva che non ero adatto a questo genere di cose.
Ma sapeva anche che, per una bambina malata e una famiglia povera, l’avrei fatto.
E poi l’avrei fatto perché me lo chiedeva lei.

Spesso si era chiesto, se i veri amori si cancellano.
Se, quello che succede poi, riesce a stravolgere il prima, tutto ciò che di bello di.palpitante, era successo prima.
No, si era detto. Forse non per tutti, ma per me, sicuramente no.

E adesso questo dolore di una famiglia sconosciuta, di una ragazzina mai vista prima

si era conclusa subito, con un dolore buio, profondo, un cancro osseo, il tumore di Ewing, che in 15 giorni aveva divorato la sua vittima. Il midollo dei pazienti giovanissimi che trasmette fulmineamente la metastasi.

Questo avevo capito delle complicate definizioni mediche.

La famiglia aveva riportato la piccola al paese d’origine, il mio aiuto non era servito a niente, Vanessa era precipitata in continue crisi di pianto, che cercava di dominare.

Amore, disincanto, e morte.
Come se qualcuno si divertisse a metterci continuamente in mano carte truccate, per convincerci a giocare, con la speranza di attimi di felicità.
Un gioco dove prima o poi cominci sempre a sapere le carte che verranno, e fai le tue giocate con più distacco, maggior ironia, quasi un disincanto.

Poi arriva il conto della morte, con i suoi tagli grossolani, che non accetta sfumature.
E i mucchietti di sabbia, dei conti col passato, si dispongono in forma nitida:

ora più grossi, ora in dimensioni modeste.

Una contabilità mai chiusa, mai risolta, quasi sempre dolorosa.

5 Settembre  2010 © Lino Di Gianni

25.Le parole di Crystal. Racconti d’estate

settembre 4, 2010

Racconti d’estate

In villa nel cartone.

25. Le parole di Crystal

E si ritrovò a pensare, senza volerlo, a come la gente la conosceva.

Un convivente, un cane, una casa troppo grande da pulire.
E un pensiero ricorrente: non parlatemi d’amore che mi fate ridere.

Quei vestiti così – da donna, la facevano abbastanza arrabbiare.
Poco pratici, meglio un giubbotto e un paio di pantaloni.
Certo, il seno grosso infastidiva, ma niente che un robusto reggiseno, ben scelto, non potesse risolvere.
Stivaletti d’inverno, una suoneria con l’inno americano e l’amore smisurato per due cose: la cromatura della moto e gli occhi blu del cane siberiano.

Crystal, il suo nome.
E andava regolarmente al poligono di tiro, con la sua arma automatica di cui era orgogliosa: una Beretta 98 Stock calibro 9×21.

Non lo sbanderiava ai quattro venti, ma che si sapesse in giro.
No, certi film le facevano paura, e li evitava.

Ecco, una cosa che proprio non sopportava era la prepotenza, e se volevano, avrebbero trovato filo da torcere.
In queste circostanze i suoi occhi diventavano blu cobalto, con due canini che accentuavano la sporgenza. Si tirava su le maniche, i passi diventavano più corti e rapidi, come avesse afferrato alle gambe la preda non disposta a cedere.

Se solo avesse ritrovato quei documenti che attestavano chi fossero i suoi veri genitori.
Scoprire a venti anni che la madre che hai sempre odiato, non è la tua vera madre, non era stato piacevole.

Il piacere di ribellarti, di lottare contro un avversario : lei odiava i trucchi di sua madre, quel suo continuo civettare con ogni maschio per attirare lo sguardo su di sé.
Crystal amava i larghi cappelli da cowboy, la zona d’ombra sullo sguardo.

Non avrebbe mai raccontato a sua nipote la squallida fiaba del matrimonio col principe azzurro. Non esiste l’amore, quella favoletta per deficienti:

solo la paura della solitudine, il bisogno di denaro e qualcuno con cui mangiare al self service, o una pizza o delle patate arrosto nel cartoccio.

Il resto, è meno di niente.
Doveva dirglielo, alla sua tenerissima nipotina dallo sguardo sognante, che adorava questa zia cosi poco femminile, dura come un lupo abituata al freddo dei boschi?
O doveva spiegarle l’aria tagliente del primo mattino, quando il buio si rivela per quello che è, una pausa inadatta a contenere il dolore del mondo ?

E parlarle invece della necessità di imparare dagli animali, il loro proteggere il branco, perché il singolo sopravviva?

Crystal passò da casa dell’anziano padre, perso in un mondo suo, diceva lei.

Papà, stai sempre sveglio di notte? Non riesci a dormire, ancora?
No, sai, vado a dormire con le galline, e mi alzo presto.

Ma non preoccuparti, so badare a me stesso.
Eh, ma alzarsi alle 4 non è presto: è piena notte. Le tue piante non hanno bisogno

che le bagni continuamente, sopravvivono lo stesso.

Mi piace bagnarle con una nebbiolina continua, mi sembra che respirino meglio, che trovino il passo per dormire insieme alla notte.

Da quando mamma non c’è più ti sei messo a cucinare, a curare le piante,a leggere libri: tutte cose che non hai mai fatto. Non ti sembra strano?

No, ora mi sembra strano che non lo facessi prima. E anche l’amore per tua madre, sai, in tanti anni avevamo l’abitudine a ritrovarci.

Come le cose che metti in un angolo della casa, e le ritrovi.
Lei metteva le sue attenzioni in un angolo che io conoscevo, per quando uscivo.

Allora, alla fine ti sei ricreduto, vero? L’amore esiste?

Non lo so, cosa intendi, ma io non ho mai smesso di rivivere gli attimi belli passati insieme a tua madre. Li bagno tutte le notti, con una polvere finissima d’ acqua nebulizzata. Che crescano le foglie , i fiori, i frutti e le nuove radici.

Allora, lo diciamo a Neive, la tua nipotina, vero papà, che certe cose è bello inseguirle.
Non lo so, figlia, le parole nel tempo, servono a poco.
Quando avrà ferite, cicatrici, forse capirà da sola.

Il padre riprese il vecchio macinino di legno , girava a mano per far salire ancora l’aroma dell’Orzo Mondo , tostato all’Anice.

3 Settembre  2010 © Lino Di Gianni

I vestiti dei trent’anni

dicembre 3, 2007

Di tutta questa città, non vedo che
la cassa di un supermercato, il banco della farmacia
e la sala del dottore.

Se mentre prendo il tè ( al limone con miele )
guardo un po’ di televisione
è solo per sorvegliare le pecore del mio gregge,
perché le conosco, e so le scuse che tirano fuori.

Ogni tanto incontro dei signori che mi chiedono
se sono io, quello della fotografia.
Rispondo di si, un po’ di tempo fa.

Mi capita di incrociare occhi malati
che mi guardano infastiditi, come avessi capito
il loro segreto nascosto.
Provano un po’ a fare un numero da circo;
poi si stancano, per assenza di strepiti,
inseguimenti, pettegolezzi.

Ma i peggiori sono i narciso/carità
che non capiscono perché tutto il mondo
non esalti la loro bontà
d’animo.

E insomma, cari fratelli della Costa D’avorio
mi piacerebbe dirvi: tornate sui vostri passi
forse lì, qualcosa di vero , c’era.
Ma poi mi hai detto, Marc, con voce fonda,
da Pentecostale, sono alto un cm più
di mio fratello.

Ecco, fare poesia come una gallina che fa le uova

ma non so se qualcuno le beve ,
se piacciono o fanno bene.
So che per loro, cadermi fuori
dal culo,
è un destino.
Per me, una necessità,
o un vizio assurdo.
Forse anch’io mi porto addosso i vestiti dei trent’anni,
e dell’effetto grottesco,
( su di me) non me ne accorgo.


© Lino Di Gianni sabato 1 Dicembre

Hans

giugno 19, 2007

Il Piccolo Carro quaggiù non si vede
anche gli uccelli preferiscono altrove.Il braccio meccanico di Hans,
contro gli assalti dell’imbianchino folle
s’è smarrito nella Biblioteca di Luis
unico amico un cane

Primo continua ad affinare i baffi
alle mosche, e noi che giriamo sue pagine
lo teniamo in vita sui margini delle scale

L’Idiota non entra a salutare
nessuno con le sue verità di condanna
e l’attuale presidente cintura nera
annulla Anna che ha osato parlare

Mangio insalata e leggo libri a due alla volta,
e Romeo è di Santo Domingo
e Giulietta si nega: invano sei mesi dall’Iran
per imparare la parte.
Massì, chiudiamola la recita. Così è, se vi pare.
(Bitte Keine Reklam)

Hello world!

novembre 9, 2006

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