Racconti d’estate
In villa nel cartone.
26. Vanessa
Non so perché continuavo a tentare di usare gli acquarelli.
Non ero capace di disegnare, non conoscevo le tecniche, la carta era inadatta.
Eppure mi veniva sempre lo stesso abbozzo, una serie di donne sedute, accosciate, stilizzate.
Nel mio caso, erano macchie e sbavature, incomprensibili a tutti.
Eppure quando Vanessa telefonò, lasciai tutto sul tavolo e corsi alla stazione.
Binario 11, alle ore 18.
Corsi a prendere il tram, poi la metropolitana, si bloccò il cancello, infine passai.
Vanessa, quanto tempo era passato da quando ci eravamo incontrati.
Era stato in un’altra stazione, io avevo la barba, lei era molto giovane.
La telefonata che avevo ricevuto mi avevo messo in ansia.
Pronto, ciao, sono io- Vanessa.
Scusa se ti disturbo, dopo tutto questo tempo, e con la storia finita male tra di noi.
Ho bisogno di un favore, se puoi farmelo. Devo scrivere un pezzo sui migranti nella tua città, so che tu potresti aiutarmi, farmi vedere i luoghi, ti va?
Erano passati cinque anni dall’ultima volta che si erano sentiti, era strano questo spuntare fuori così, da passato. E poi non era da lei, lo sapeva.
Lei non aveva mai amato né apprezzato la città dove abitavo io, e quanto a fare un pezzo di colore sulla vita dei migranti nei quartieri del centro storico, sarebbe stata capacissima di farlo da casa, attraverso Internet, completo di foto.
Nessuno si sarebbe accorto della differenza.
Adesso che ero lì ad aspettare, mi veniva in mente quando questa stazione era ancora piccola, secondaria e poco usata nella città: non come oggi, piena di sottopassi, piani di vetro e metropolitana.
Aspettavo in un angolo, arrivavi stremata dopo 8 ore di viaggio, ma felice perché avevi parlato con gli stranieri, in inglese.
Tu di solito cosi chiusa, isolata , in realtà cedevi al tuo animo curioso e bambino.
Ricordo quella volta, che nemmeno avevi avuto tempo di andare in bagno, prima che ti trascinassi a far l’amore.
O quando nascondevi le lacrime alle mie partenze, dalle tue stazioni.
Niente figli, non avevi voluto. Niente abitare insieme, i tempi di vita non coincidevano, nessuno dei due avrebbe accettato la città dell’altro.
E oggi, oggi cosa la spingeva a venire qui?
Adesso lo sapevo, adesso che l’avevo incontrata, avrebbe dovuto pensarci.
Era da lei, fare questo: un lungo viaggio in treno solo per fare una richiesta, guardare negli occhi, sentire la risposta.
Una bambina di una sua classe sarebbe stata ricoverata per un’operazione difficile, la famiglia non aveva mezzi: era necessario che qualcuno aiutasse i genitori, supportandoli negli spostamenti quando possibile, nelle informazioni, nei contatti.
Sapeva che non ero adatto a questo genere di cose.
Ma sapeva anche che, per una bambina malata e una famiglia povera, l’avrei fatto.
E poi l’avrei fatto perché me lo chiedeva lei.
Spesso si era chiesto, se i veri amori si cancellano.
Se, quello che succede poi, riesce a stravolgere il prima, tutto ciò che di bello di.palpitante, era successo prima.
No, si era detto. Forse non per tutti, ma per me, sicuramente no.
E adesso questo dolore di una famiglia sconosciuta, di una ragazzina mai vista prima
si era conclusa subito, con un dolore buio, profondo, un cancro osseo, il tumore di Ewing, che in 15 giorni aveva divorato la sua vittima. Il midollo dei pazienti giovanissimi che trasmette fulmineamente la metastasi.
Questo avevo capito delle complicate definizioni mediche.
La famiglia aveva riportato la piccola al paese d’origine, il mio aiuto non era servito a niente, Vanessa era precipitata in continue crisi di pianto, che cercava di dominare.
Amore, disincanto, e morte.
Come se qualcuno si divertisse a metterci continuamente in mano carte truccate, per convincerci a giocare, con la speranza di attimi di felicità.
Un gioco dove prima o poi cominci sempre a sapere le carte che verranno, e fai le tue giocate con più distacco, maggior ironia, quasi un disincanto.
Poi arriva il conto della morte, con i suoi tagli grossolani, che non accetta sfumature.
E i mucchietti di sabbia, dei conti col passato, si dispongono in forma nitida:
ora più grossi, ora in dimensioni modeste.
Una contabilità mai chiusa, mai risolta, quasi sempre dolorosa.
5 Settembre 2010 © Lino Di Gianni
Etichette: linodigianni, racconti
settembre 5, 2010 alle 9:13 am |
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